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Palazzo Giocosi Mariani sorge a margine del vecchio quartiere medievale,  nel cuore del centro città. Da un punto di vista storico, appare ardua la interpretazione dell’edificio; è da ritenersi comunque che la costruzione sia stata terminata entro la prima metà del Seicento.
[Un cartiglio dipinto nella sala più riccamente decorata del palazzo, venuto in luce grazie ai successivi interventi di restauro promossi dalla Fondazione CARIT dopo il 1995, reca la data: 1567, che – se non segnala l’ultimazione dell’edificio – può valere senza dubbio ad indicare l’epoca del massimo splendore della dimora e della famiglia proprietaria, committente dei dipinti attribuiti al duo “fiammingo” Stellaert e Congnet (ndr)].
Tuttavia è da rilevare come ad una facciata di chiaro impianto rinascimentale, faccia riscontro la presenza del corpo edilizio affiancato sopra il fornice, di evidente datazione medievale.
Inoltre alcuni segni nella distribuzione interna, come la mancanza di simmetria nei corpi scala, le aperture di finestre con mazzette fortemente a sguincio, fanno supporre una serie di preesistenze murarie, sulle quali è stato impiantato l’organismo attuale, il quale per altro è giunto fino a noi, certamente non indenne da manomissioni e superfetazioni successive, particolarmente evidenti al secondo e ultimo piano, ove si leggono interventi anche recenti.
Da un punto di vista strutturale, l’edificio è costruito in muratura intonacata esternamente, con strutture orizzontali originariamente tutte a volta, prevalentemente a padiglione, successivamente in parte sostituite da solai piani in travette e tavelloni; tre sale al piano nobile  hanno i soffitti a volta affrescati. L’organismo si articola intorno ad un cortile centrale, peraltro di ridotte dimensioni, ed è disimpegnato al piano terra da due androni che hanno due ingressi distinti su via del Tribunale e sui quali si aprono tutti gli ambienti. Due scale separate immettono al piano nobile che, al contrario di molti edifici dell’epoca, non presenta la caratteristica organizzazione delle stanze “una dentro l’altra”.
Il secondo piano, come detto, sembra presentare grosse manomissioni, leggibili anche dalle diverse quote a cui sono impostati gli ambienti.

 


[cfr. estratto da "Il restauro di Paolo Bernarducci" brochure a cura del Comune di Terni – Assessorato ai lavori pubblici, 1995]

 
 
 
   
 


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